LO SPOSALIZIO
23 | 31 marzo 2010

dall’opera di Raffaele Viviani ( Napoli,)1919
adattamento e regia Laura Angiulli
con
partecipazione straordinaria Nando Neri (Don Mimì)
Laura Borrelli (‘Mmaculatina)
Benedetta Bottino (Nannina)
Michele Danubio (Nunziello, Il comico)
Alessandra D’Elia (Donna Rosa)
Gennaro Di Biase (Gennarino, Chiuvetiello)
Anna Fiorelli (Donna ‘Ntunetta)
Roberto Giordano (Don Gregorio)
Antonio Pennarella (Vicenzino)
Massimiliano Rossi (Ciccillo)
Ferdinando Smaldone (Primo Suonatore)
musiche dal vivo Rino Alfieri
scena Rosario Squillace
disegno luci Cesare Accetta
realizzazione scena Renato Esposito Mauro Rea
responsabile di palcoscenico Luigi Agliarulo
Gli elementi tipici della tragedia (amore e morte) si smarriscono, quasi logori, nell’umiltà della storia di Peppeniello e ‘Mmaculatina, il cui legame sentimentale, sacrificato all’apparente suggestione del buon senso, scivola tra le tante miserie di un’ordinarietà senza soluzione.
E’ un passivo soggiacere al destino che spinge la ragazza all’abbandono dell’innamorato cui si è promessa e che ama, per accettare, con silenziosa acquiescenza, il marito pacato e benestante scelto per lei dalla zia tutrice. Né si manifesta in Peppeniello fidanzato tradito - il grido violento di dissenso, che anzi implode nell’anima piagata di lui e, accelerando il decorso di un male incurabile, gli procura la morte. Di più intenso spessore la tempra di Vicenzino lo sposo tratteggiato con caratteri apparentemente dimessi nel corso dell’opera, che pure rivela infine il segno di un’eticità alta nell’offerta della propria donna all’innamorato morente:
“ Ce sta n’ommo …ca sta murenno e chiamma a tte;”……………
“Stu pover’ommo nun ha dda murì dannato! “………
“Te vo’ vede’….va…..”
La libertà del gesto , la generosità dello slancio, ne innalzano la figura e le concedono un’aura di umanità, di pietas di classica memoria.
A complemento dell’illustrazione una piccola folla, ritratti di quotidiana miseria: pregiudizi, intrighi, spacconeria, arroganza, e lo spettro di un’indigenza cronica, elementi tutti proposti dall’Autore con competente costruzione comica.
L’idea di messinscena tende a definire un ambito di rappresentazione ambivalente. Sullo sfondo tragico della vicenda, comunque posto con continuità di narrazione, s’inserisce un’esposizione di contro-campo, non secondaria, dichiaratamente connotata da una comicità affidata non proprio alle situazioni, ma alle figure di un ampio affresco di colore popolare, alla piazza; personaggi spesso sbozzati con pochi incisivi tratti, per una rappresentazione che comunque indugia su approfondimenti psicologici di rilievo, e che si offre duttile all’esposizione di maschere dai toni vigorosi.
Teso a separare i contorni pure se nell’ interconnessa esposizione dei due versanti espressivi,il progetto opacizza gli umori dei tre protagonisti del dramma (Peppeniello, ‘Mmaculatina, Vicenzino), li decontestualizza dalla massa e li consegna a un sofferente isolamento. Dà corpo, per contro, alle figure del coro che, chiassoso e ingombrante occupa a tutto tondo la scena della festa, di fatto nucleo portante dell’opera.
Il luogo è la piazza. Il vero protagonista è il popolo, che si fa “comunità”, definisce regole di comportamento ed esprime giudizi; essi discendono dalla condivisione di pensiero e volontà di un’assemblea autogestita, compatta nella tutela dei valori di fondo.
Nel caso dell’opera, di fronte alle inopportune nozze di ‘Mmaculatina, cui fa riscontro la morte dell’ex-innamorato Peppeniello, Donna Rosa parla per tutti:
“nuie simmo ggente d’ ‘o vicenato, e nun ce putimmo sta’ zitto…”.
Ecco ribadita l’autorità della piazza, l’ autorità politica, e nel valore ideale che ne discende il conseguente superamento del rischio di un prevedibile sviluppo melodrammatico, così come la trama potrebbe lasciar supporre (la tisi di Peppeniello, il sacrificio della ragazza svenduta dalla zia al marito per piccolo benessere..), forse suggerita al giovane autore dalla tendenza produttiva in auge nel secondo Ottocento, e ancora presente nella memoria del tempo di scrittura dell’opera (è datata al 1918) . S’impone invece nello sviluppo del racconto un assetto di forte drammaticità, di dignità più volte richiamata, che avrà culmine poi nella splendida scena finale: la generosità del marito, e il rivelarsi della grandezza di lui agli occhi della moglie che solo ora ne comprenderà lo spessore e forse comincerà ad amarlo.
E si badi che LO SPOSALIZIO non rappresenta fatti e vicende di una comunità di emarginati che nella miseria della condizione trova la forza e le motivazioni del riscatto
( Zingari, Circo equestre Sgueglia..) ma esprime la libertà di espressione e di giudizio di un “vicinato-quartiere-frammento compiuto e significativo di città” dove la consapevolezza del pensiero condiviso può rappresentare con forza e nettezza le ragioni di chi in tale comunità si riconosce. Un’opera di forte respiro politico, fuori da ogni retorica; l’attore è necessariamente chiamato alla lucidità di una recitazione fredda, razionale, priva di sussulti pietistici.
Laura Angiulli
indietro